Laboratorio Allegri (4): La proposta di pace che chiude il 1916 e altre vicende minime (21 novembre - 31 dicembre 1916)

Lettera del 2 gennaio 1917

È già il 21 novembre [1916], ma dall'ospedale di Bologna ancora non arrivano notizie (nota 1). Intanto abbiamo cominciato a tirare di sciabola, attività che mi diverte parecchio perché mi figuro d’essere in maschera, in costume da scudiero, al servizio, si direbbe, di quel santo battagliero che è il patrono di Ferrara (nota 2).
In questo periodo il termometro è disceso di molto e stamane, recandomi dabbasso per lavarmi, trovo il giardinetto ricoperto da una lieve coltre di neve: pura e imprevedibile bellezza che, per un attimo, mi fa dimenticare dove mi trovo e perché. In giro non c'è un'anima e dalle vie e dai tetti parzialmente imbiancati si leva un inusitato profumo di tranquillità e di pace. Ma sono sensazioni passeggere che il buon soldato deve sapersi scrollare di dosso come l'acqua un animale fradicio. 

Lettera del 21 novembre 1916

Si festeggia la nascita della regina (nota 3) e si incomincia a lavorare meno. I caporali sembrano ormai sfiancati dall’impresa di inculcare nozioni guerresche in teste tanto riluttanti, e pure noi pensiamo anzitutto a far arrivare le cinque e mezza, quando suona la libera uscita. 

Lettera del 22 novembre 1916

I primi giorni che ero a soldato credevo di essere in collegio (nota 4), mi sembrava che a non mettere tutto il mio impegno nel lavoro ci dovessi scapitare nei voti di allievo caporale, ora invece mi sono persuaso che al soldato l’ozio è in ragione diretta del grado, quindi io che sono allievo caporale ho diritto di faticare meno del soldato; allora quando il sergente domanda tre volonterosi per eseguire un lavoro si fa il nesci e si spingono avanti gli altri. Questa sorta di cinismo militaresco è accresciuto dalle molte insensatezze di questa vita, come ad esempio dall'annuncio di una nuova disposizione, prossima a entrare in vigore, che ha creato alquanto malumore in caserma. Vi si dice che il rancio suonerà alle sei, la libera uscita alle sei e mezza, la ritirata alle otto. La sera si godrà dunque solo di poco più di un’ora di libertà. Di questo passo si va a… incretinire! Non è possibile, però, immaginare la folle vitalità che, nonostante tutto, si aggira tra queste mura. Vi sono, ad esempio, due buffoni di Pisa che si cimentano sovente in gustosissime caricature dei nostri insegnanti, facendoci smascellare dalle risa. Quasi tutti, inoltre, posseggono un vasto repertorio di storielle piccanti, che si finge ben volentieri di prendere per vere, attendendo il proprio turno per raccontarne di ancora più grosse. Contagiato da tanto stoicismo generale, ostento un sorriso filosofico mentre mi par quasi di vedere le sigarette inviatemi da Dino bruciare allegramente nel bocchino di qualche censore a Chiasso o a Como (nota 5). 
Da che mi trovo a Ferrara tutto è rincarito, secondo la signora Calabresi, tanto è vero che ieri sera la sua lamentosa vocina m’ha dato la ferale notizia che ora le ova costano sei soldi, aggiungendo che latte e legna sono in costante aumento. Fatico a decifrare quanto ci sia di vero in tutto ciò, ma ormai non ho dubbi che, in quella casa, ogni minimo bene, foss'anche l'aria che vi si respira, si pesa con il bilancino, andando ad allargare a dismisura il conto di fine mese.

Lettera del 6 dicembre 1916

È ben difficile raccontare queste giornate stordenti e tutte uguali, che io stesso riesco a distinguere l'una dall'altra a fatica, ad esempio attraverso la differenziazione meteorologica, rilevando che, mentre entriamo nel mese di dicembre, fa sempre meno freddo, ma è più umido. Il 5 viene a trovarmi, a sorpresa, lo zio Claudio. Pranziamo, benissimo, al ristorante Bella Italia, trascorrendo momenti che mi riportano di peso a un vita che pareva cancellata. Quindi vorremmo recarci al Ponte (nota 6), ma la gran folla sul tranvai rende il progetto irrealizzabile. Prima d’accompagnare lo zio alla stazione, lo intrattengo con il resoconto della conferenza propinataci giusto il giorno innanzi da una prosperosa signora, impeccabilmente vestita e infiocchettata all’ultima moda, la quale, senza aver trascorso un solo giorno in caserma o in trincea, si è impegnata oltremisura a illustrarci le fantastiche qualità e l’encomiabile abnegazione del soldato italiano.
Il 6 mi iniettano l’ultima vaccinazione antitifica, cui segue il doveroso giorno di riposo. Sono ben cattive queste iniezioni, altro che quella piccola puntura d’ape che, un mattino ormai lontanissimo, fece strillare l’Olga (nota 7) per mezz’ora! E Natale s’avvicina. Vorrei trascorrerlo a casa insieme ai familiari. Ho come una visione, nella quale siamo tutti accanto al fuoco, intenti ad adornare l’albero. Per ora questo periodo mi ha portato però dei ben miseri regali. Quest’oggi, ad esempio, abbiamo incominciato un nuovo regime di vita: ci daranno carne solo al primo rancio del martedì, giovedì e domenica, gli altri undici ranci della settimana saranno riso e pasta, hanno anche abolito il poco caffè che ci davano alla mattina. È dunque appurato che la magra sbobba di cui abbiamo finora goduto esorbitava di molto le nostre reali necessità. Nella stessa giornata mi hanno consegnato la piastrina di riconoscimento, lugubre addobbo da portare sempre legato al collo. 

Lettera del 13 dicembre 1916

Scrivo “Viva la proposta di pace ” (nota 8) appena prima d’annotare che, da tre giorni, si può dire conclusa la mia metamorfosi. Il 10 ho infatti prestato giuramento e ormai sono soldato. Si è trattato di una cerimonia assai spiccia, convenientemente conclusasi in fragorosi cori patriottici: «Giuro di essere fedele al re e alla regina, ma di più alla gavetta e alla cinquina. E di prendere il caffè ogni mattina». 
La mamma, che era passata a trovarmi assieme a Olga, ora è ripartita. Stufa di pagare assai più del dovuto, ha disdetto la stanza della signora Calabresi, la quale ha fatto buon viso a cattiva sorte, ostentando molti falsi sorrisi che nascevano probabilmente dal progetto di riversare ogni suo malcontento nel conto finale. Dicono che il comasco è un mercante ma il ferrarese è… peggio! 
Ho deciso di seguire il consiglio del babbo e di calcare più spesso il lucido pavimento della Bella Italia il cui proprietario è il signor Patruno, un bizzarro tipo sempre pacato, serio e cerimonioso, a dispetto delle guance pienotte e rubiconde che sembrano volerne contrastare la sobria natura, aggiungendovi un opportuno riferimento a quella spiccata inclinazione per il fiasco e l'allegria che ci si aspetterebbe in chi eserciti la sua professione. Una delle prime sere in cui stavo mangiando in questo ristorante, s’è spenta la luce all'improvviso, di certo per un guasto a qualche valvola, mentre già correva voce che sopra le nostre teste si aggirassero stormi di aeroplani nemici. Vorrei evitare queste nuove spese, ma è diventato problematico sfamarsi in caserma ora che la razione quotidiana è stata arci ridotta, tanto che qualcuno parla di “decimazione della sbobba”. E ho apportato un’altra piccola miglioria alla mia esistenza in caserma. Siccome la mia branda si trova proprio a fianco della porta, ho pensato di isolarla un poco dal continuo passaggio di compagni gracchianti tramite un paravento che ho costruito inchiodando insieme alcune assi di legno, sino a raggiungere una struttura larga un metro e alta più di due. Prima di collocarlo, ho chiesto l’autorizzazione al tenente Re che, con mia enorme sorpresa, me l’ha lodato.
Oggi [14 dicembre] è passato in caserma il colonnello brigadiere. Al suo arrivo hanno suonato l’attenti due volte: tutti hanno dovuto immobilizzarsi nella posizione in cui si trovavano e aspettare l’azione libera, che sarebbe arrivata dopo quasi tre minuti, per tornare a vivere. Ridevo come un matto, ma di un riso amaro, a vedere l'insensatezza di tutti quei soldati che parevano giocare a "un, due, tre... stella". In camera alcuni erano in piedi accanto alle brande, altri sull'attenti, un buffone che stava bevendo è rimasto tutto il tempo colla borraccia alle labbra. Il colonnello brigadiere quindi ha fatto una specie di esame alle reclute sul maneggio del cavallo e del cannone. È un triste paradosso: tutti cercavano di fare il loro meglio sebbene in palio vi fosse null'altro che un biglietto (forse di sola andata) verso la prima linea. Ho scritto una cartolina a Gino, volendo recarmi a trovarlo dopo cena; mi risponde di passare invece domani, perché stasera deve recarsi all’ospedale. Meglio: avrò più tempo per elaborare un modo per evitare l'ennesima disfatta sulla scacchiera.

Castello Estense di Ferrara (cartolina coeva)

Passano i giorni. Tutte le sere ceno ormai alla Bella Italia, in barba alla signora Calabresi. L’altra sera sono passato da lei per ritirare la biancheria: la cara donnetta, con gli occhi che le scintillavano di puro odio, mi ha fatto una terribile scenata, sostenendo che la mamma aveva sparlato di lei con alcuni comuni amici comaschi. Scommetto che sia pentita di non avermi mai messo in conto anche il consumo della luce sulla scala e delle chiavi nella serratura! 
Stiamo matricolando il corredo. Constato che l'onestà regna assai più in quartiere che nelle camere ammobiliate, perché non abbiamo trovato alcuna mancanza. Quando suona la libera uscita delle undici e un quarto, ho il tempo di bere una cioccolata espresso e di attraversare il castello.
Manca poco a Natale. Ho il puerile desiderio che qualcuno si ricordi di farmi avere un panettone, poiché a Ferrara non se ne trovano. 
Torna a fare freddo, spesso piove o nevica. Benché la guerra prosegua imperterrita, qui non si fa che parlare di pace: in un ambiente ben piccolo [la proposta degli imperi centrali] ha fatto molta impressione. Dovreste infatti sentire che discussioni si fanno per quelle quattro parole di pace che ha detto Bethmann Hollweg: speriamo che i governi dell’Intesa non facciano la buffonata di fingere di voler trattare colla ferma convinzione di non farlo.

Lettera del 2 gennaio 1917

Il Natale lo passo felicemente a casa, potendo godere di qualche giorno di licenza, concessami a sorpresa proprio in queste giornate. Rientrato a Ferrara il 29, torno a calarmi con preoccupante naturalezza nell'atmosfera sempre più cupa e malinconica della città. Ho mandato alla famiglia di Gino (nota 9) una scatoletta di cioccolato: questa sera mi recherò da loro.
All’ultimo dell’anno mi danno il permesso sino alle ventidue. Mi reco alla Bella Italia con Colombo, Petrella e due caporali, a pranzo; poi andiamo al cinema San Pietro: prima di entrare compriamo una tortina e del vino bianco. [Rientrati in caserma,] attendiamo alzati la mezzanotte e facciamo il brindisi della Pace, così silenziosamente che un graduato un po’, direi, lavativo, ci fa rapporto e di certo ci avrebbe portato al numero undici (come chiamiamo noi la prigione) se non avessimo incontrato il tenente Re il quale, in poche parole ben dette, risolve la questione.




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Note

1. Attilio, che era stato visitato all'ospedale di Bologna a seguito di una "quasi" caduta da cavallo, attendeva una risposta che non sarebbe mai arrivata.   
2. San Giorgio.
3. Margherita Maria Teresa Giovanna di Savoia (Torino, 20 novembre 1851 – Bordighera, 4 gennaio 1926) consorte di re Umberto I.
4. Non a caso Attilio Allegri fa riferimento al collegio, poiché dopo essere stato bocciato in latino (materia che era la sua "bestia nera") in Prima Ginnasio, classe frequentata in un istituto di Como (a due passi da casa), vergognandosi di dover ripetere l'anno nella stessa scuola, ottenne dai genitori di essere trasferito nel Collegio Convitto Civico di Varese.

5. Claudio (detto Dino), nato il primo maggio 1899, il 10 novembre aveva spedito un pacchetto di sigarette al fratello Attilio. 
6. Pontelagoscuro, frazione del comune di Ferrara, aveva subito un bombardamento aereo domenica 12 ottobre alle ore 20.
7. Olga, nata l'11 settembre 1902, è la sorella minore di Attilio. 
8. Il 12 dicembre 1916 il Cancelliere tedesco Bethmann Hollweg, in una nota inviata al Vaticano, dichiarò che gli imperi centrali erano disposti a trattare per la pace. 
9. Si tratta dell'amico, più volte citato (si vedano gli interventi precedenti), Gino Lampronti di Ferrara, aspirante medico sottotenente.

 

 

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