"Quella cosa grande (o fetente) che è la guerra": intervista a Dario Malini


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Proponiamo una conversazione con Dario Malini, scopritore e curatore del diario di guerra, uscito alla fine del 2015 per ArteGrandeGuerra edizioni: Quella cosa grande (o fetente) che è la guerra. Da Caporetto a Vittorio Veneto: il memoriale ritrovato di un ragazzo del '99. Dario Malini ha già pubblicato, con Mursia, i seguenti libri:
  • Il sorriso dell’obice. Un pittore italiano nella Grande Guerra 
  • Taccuino di un nemico. La Grande Guerra di un soldato ebreo nell'esercito tedesco
Parliamo dunque di Quella cosa grande (o fetente) che è la guerra. Magari partendo dalla genesi del curiosissimo titolo di questa  pubblicazione.
Si tratta di un memoriale di notevole originalità. Redatto in prima persona da un “ragazzo del ‘99”, ufficiale d’artiglieria della 650ª batteria d’Assedio, racconta le vicende piccole e immani della seconda fase della Grande Guerra italiana, a partire dalla fine di ottobre del 1917, con il resoconto delle confuse giornate che fecero seguito alla rotta di Caporetto, sino al termine del conflitto, transitando per capitali eventi militari quali la battaglia del solstizio e la battaglia di Vittorio Veneto. La narrazione si chiude nei primi giorni di febbraio 1919, con una visita del giovane ufficiale, a guerra finita, alle città “redente” di Trieste e Gorizia.
Il titolo che ho voluto dare a questa pubblicazione è tratto direttamente dalle righe iniziali del memoriale; e la sua individuazione non è per nulla peregrina, riguardando una questione assolutamente decisiva all'interno della riflessione del militare (stabilire, cioè, se la guerra sia cosa "grande" o "fetente"): «29 ottobre 1917, ore 3. A Genova, nel gelo della notte, salgo sul treno che mi condurrà a quella cosa grande (fetente, dice l’Elvira) che è la guerra».
Il materiale che ha permesso la ricostruzione di questa vicenda è composto da due parti autonome: un taccuino manoscritto e un fascicolo dattiloscritto. Oltre ad una copia assai malandata e senza copertina del Pinocchio di Carlo Collodi, volume che ha accompagnato il giovane autore del diario lungo gran parte della sua esperienza al fronte, secondo quanto lui stesso riferisce. 

La favola di Pinocchio parrebbe una lettura piuttosto singolare per un soldato della Grande Guerra…
L’insolita congiuntura di un militare con Pinocchio nello zaino è da imputarsi a un’iniziativa della sorella dello stesso, Elvira, la quale, in una lettera del 14 dicembre 1917, gli annuncia la spedizione del volume. Ecco come il nostro ci riferisce la circostanza, non senza un certo disappunto: «Infine [Elvira] mi assicura, con perfetta serietà, che presto mi farà avere delle coperte, qualche maglione di lana e… il mio vecchio Pinocchio senza copertina! Le rispondo per le rime, dicendole che per parte mia, appena mi sarà possibile, le manderò invece qualche scheggia di granata e… una testa d’austriaco!». Il libro gli giungerà a distanza di oltre un mese, come ci racconta lui stesso: «Il 20 gennaio ricevo da casa, in buon ordine, un pacco contenente alcuni vestiti, una coperta, un paio di occhiali e… l’annunciato Pinocchio. Diavolo di un’Elvira, me l’ha mandato davvero! Osservo per un po’ il libercolo con antipatia, ma poi lo apro, ne leggo con piacere qualche paginetta e lo ficco nello zaino».

Quali sono gli elementi che connotano maggiormente questa testimonianza?
Da un punto di vista prettamente stilistico, la scrittura scorrevole e disinvolta dell’autore del memoriale evidenzia una rimarchevole capacità di trasferire pensieri e sensazioni sulla pagina scritta. Non ci è purtroppo pervenuto il nome di questo ragazzo, si tratta in ogni caso di un membro della media borghesia genovese, non insensibile, almeno al momento di avviarsi al fronte, ai proclami della propaganda. Uno dei giovanissimi componenti dell’ultima delle venticinque classi di leva dell’Ottocento, gettati nella mischia in fretta e furia l’indomani dello sfondamento austro-tedesco. E se la questione decisiva che apre il memoriale, il chiedersi cioè se la guerra sia cosa "grande" o "fetente", rimane sostanzialmente irrisolta, si tenga conto che la guerra che emerge da queste pagine non è tanto (o non è soltanto) un inaudito e brutale evento storico e sociale, quanto piuttosto una disgregante esperienza individuale. Curioso approccio solipsistico, se così si può dire, al primo conflitto globale, che favorisce l’irrompere nel testo di una sorta di dimensione mitico-inconscia che non ha piccole conseguenze sulla narrazione se, inopinatamente, spuntano qua e là, all’interno di quello che avrebbe dovuto essere un normale resoconto di guerra, dei riferimenti alla vicenda narrata nel libro che il nostro soldato - come abbiamo visto - si portava nello zaino: Le avventure di Pinocchio. E la stravagante metamorfosi del protagonista della favola di Collodi, da burattino in ragazzino per bene, che qui viene interpretata in un’accezione ribaltata e connotata in negativo, riesce sorprendentemente a manifestare la brutale e alienante (ma talvolta, non dimentichiamolo, anche grandiosa ed elettrizzante) condizione del combattente il quale, per fare il mestiere cui è stato assegnato, deve necessariamente lasciare sul campo di battaglia («sorta di ‘Campo dei miracoli’ capace di trasformare gli uomini in eroi») la propria umanità (il libero arbitrio, la compassione, l’istinto di sopravvivenza…) per mutarsi «in un guerriero perfetto: intagliato nel più duro metallo». Così, il resoconto di Quella cosa grande (o fetente) che è la guerra può essere inteso come una sorta di favola alla rovescia dalla morale ambigua e sfuggente. Una narrazione moderna, vitalissima e illuminante che poteva esserci donata solo da uno di quei “ragazzi del ‘99” su cui una diffusa retorica ha riversato fiumi d’inchiostro stantio. A ormai un secolo dai giorni terribili della Grande Guerra, uno di loro ci fa avere finalmente la “sua” versione dei fatti.

Ringraziamo Dario Malini per questa interessante conversazione.

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