"Verdun" di H. Desbarbieux - II parte

Fig. 1a Henri Desbarbieux, "Soldati al lavoro" (particolare)
Secondo articolo dedicato alla raccolta Verdun, realizzata nel 1916 dall'artista-soldato Henri Desbarbieux. Un insieme di quattordici splendide acqueforti che raffigurano, con originalità e dirompente carica eversiva, la vita dei poilus nelle tragiche giornate dell'omonima battaglia nella quale, a partire dal febbraio 1916, persero la vita in pochi mesi diverse centinaia di migliaia di uomini. In questo intervento verranno prese in esame cinque incisioni che affrontano il tema del lavoro in trincea: le corvées e i turni di guardia.

Fig. 1 Henri Desbarbieux, "Soldati al lavoro
In Soldati al lavoro (fig. 1), l’artista si avvale di una costruzione alquanto originale. L'immagine riprende alcuni soldati intenti nel consolidamento di una trincea, posti dietro a una struttura mimetica sorretta da rami, che (come in un'opera del Seicento) evoca un palcoscenico teatrale. La scena pare dunque configurarsi come una sorta di sipario aperto sulla vita reale dei soldati, contrapposta forse polemicamente alle edulcorate immagini di guerra veicolate dalla propaganda. In questo “teatro della vita" un po' claustrofobico possiamo osservare in presa diretta la quotidianità del lavoro dei poilus. Sistemato al termine dei gradini che conducono alla trincea, delineati con grande evidenza in primo piano, un soldato, ripreso in un momento di riposo, fuma tranquillamente la pipa, mentre il suo corpo proietta un'ombra sinistra sulla parete. In un piano intermedio si trovano un militare raffigurato dinamicamente di spalle con il piccone alzato, ed un compagno che si dà da fare - presumibilmente - con la pala (fig. 1a). Nello sfondo, ove l’esposizione alla luce è massima, si stagliano due personaggi, delineati con i tratti morbidi della puntasecca. Sono figure labili, quasi disgregate nel bagliore luministico. In virtù di tale struttura, l’occhio dello spettatore è immesso - significativamente forzato - in profondità, dalle zone più vicine e protette a quelle più lontane, scoperte e pericolose, giungendo per gradi verso una sorta di svelamento intorno alla durezza e precarietà della vita del soldato.

Fig. 2 Henri Desbarbieux, "Acqua e fango in trincea
La velata denuncia delle difficili condizioni di vita dei poilus a Verdun, che caratterizza l'opera appena osservata, diviene un vero e proprio urlo di protesta nell'incisione Acqua e fango in trincea (fig. 2).  Vi si mostrano alcuni soldati che tentano affannosamente di svuotare una trincea allagata. Il punto di vista ribassato della ripresa, che corrisponde allo sguardo dei militari posti nel cunicolo, ha l'effetto di coinvolgere l'osservatore, catapultandolo all'interno del dramma in atto. Il corpo immerso per metà nella melma maleodorante, i ragazzi appaiono stremati, ognuno isolato e chiuso in se stesso. Il poilu in primo piano, gravato da un’ombra pesante, pare gesticolare confusamente, muovendosi a fatica, come bloccato dallo sforzo estenuante e prolungato. Alle sue spalle, un compagno, forse per sottrarsi al tormento di stare tanto a lungo inzuppato, si è issato fin sull'argine della trincea, sedendosi allo scoperto, con grave rischio per la propria incolumità. Più in profondità, un terzo militare, ripreso di schiena, esausto e del tutto fradicio, si sostiene faticosamente alla parete del budello. Infine si possono individuare altri tre uomini, delineati con tratti sottili in piena luce nello sfondo. Del primo, ritratto mentre rigetta volitivameente verso l'esterno l'acqua con un secchio, si coglie la figura emaciata e il profilo popolare; degli altri si possono discernere solo i visi colmi di costernazione, che paiono cercare lo sguardo dell'osservatore. L'opera, carica di un realismo tanto brutale da spingersi al limite della deformazione, rappresenta una precisa denuncia della durissima condizione del soldato in trincea.

Fig. 3 Henri Desbarbieux, "In vedetta
Nulla abbiamo potuto reperire intorno alla sequenza in cui Desbarbieux aveva deciso di disporre le proprie incisioni, all'interno della raccolta Verdun. Che un qualche progetto in tal senso sia esistito, e sia stato a lungo meditato, ce lo fa supporre la presenza in queste opere di precisi e variegati punti di vista, attitudini e intonazioni, quasi fossero elementi di una partitura, tasselli di un accurato piano compositivo. Così, in questa nostra esposizione, che vorrebbe in qualche modo dare conto anche della dialettica interna all'opera, alla precedente acquaforte, pregna di sdegno, urla, movimento e rumore, fa seguito In vedetta (fig. 3), un'immagine dominata dal pathos, dal silenzio e dalla concentrazione. Una vedetta, raffigurata in ombra e di spalle, osserva le postazioni nemiche attraverso una feritoia posta in una parete della trincea. Nulla sembra allarmare il militare, la cui inerzia si comunica anche all'osservatore, che diviene partecipe del momento tranquillo e privo d'eventi. In tanta stasi, ogni particolare dell'immagine finisce per acquisire misteriose risonanze, al punto che il rotolo di filo spinato, posto accanto a delle assi di legno e a degli attrezzi, oggetti collocati in massima evidenza, in piena luce e in primissimo piano, sembrano evocare gli strumenti della Passione di Cristo, manifestando senza enfasi e con intensa poesia la partecipazione commossa dell'artista al triste destino dei fanti.

Fig. 4 Henri Desbarbieux, "Poilu in piedi"
La battaglia di Verdun, nelle tavole di Desbarbieux, è raccontata attraverso avvenimenti minimi. Quei giorni e mesi del 1916 che videro prodursi nelle file francesi e tedesche immani carneficine, sono restituiti senza che venga mai evidenziato in modo troppo crudo e diretto l'orrore dei combattimenti. L'artista-soldato sembra interessato, invece, ad indagare anzitutto la semplice ed avvilente quotidianità della vita di trincea, restituita attraverso immagini lungamente meditate, spesso di non immediata lettura, ma capaci, una volta comprese, di coinvolgere creando empatia. Nell'acquaforte di fig. 4, ad esempio, è raffigurato una vedetta, avvolta in un pastrano e in una pesante sciarpa, nei pressi di una postazione, protetta da una barriera di filo spinato e da alcuni sacchi di sabbia sui quali poggia un fucile. In lontananza, in alto a destra, si osserva un paesaggio quasi ameno: un vasto campo, per nulla segnato dai bombardamenti, e qualche elegante alberello. In tutto ciò, sorprende l'espressione sconcertata del soldato, quel suo girarsi subitaneo verso l'osservatore, fissandolo come sbalordito, quasi che l'incontro tra i due sguardi (interno ed esterno alla guerra) generi una sorta di cortocircuito. Se la routine della guerra rende spesso sopportabile la dura esistenza del poilu, l'artista ha qui fermato uno di quei rari momenti in cui il velo dell'abitudine si alza all'improvviso, scoprendo - e restituendoci - nello sguardo attonito del soldato l'angoscia dell'animale in gabbia, il turbamento e l'alienazione rassegnata di chi non può più decidere delle proprie azioni e del proprio destino.

Fig. 5 Henri Desbarbieux, "In trincea"
Terminiamo questo articolo con l'acquaforte di fig. 5, posta da Desbarbieux in copertina alla sua raccolta Verdun. Protagonisti, ancora una volta, sono i semplici poilus, anche qui mostrati all'interno di una trincea. Il soldato in primo piano, di vedetta, osserva da sotto una grossolana ricopertura in legno le linee nemiche. Il ragazzo, ben avvolto nella mantellina, stringe nervosamente il fucile con entrambe le mani massicce. Come spesso accade in queste immagini, l'artista non mira a rendere la fisionomia del personaggio ritratto, quanto a restituirne lo stato d'animo attraverso i più vari artifici: la postura, il gioco volubile delle luci e delle ombre, le volute sproporzioni di alcuni dettagli anatomici, ecc. Più in profondità, accoccolati nella buca, si osservano due militari che discorrono e, ancora più oltre, un soldato intento a fumare la pipa. In esterno, si scorgono alcuni alberi scheletrici e la linea di protezione del filo spinato. Si tratta di un'immagine d'intonazione malinconica che riprende gli "intrepidi combattenti di Verdun" in un'accezione quotidiana e antieroica, dunque in qualche modo adatta a rappresentare la raccolta (che contiene tuttavia raffigurazioni assai più dure e toccanti), ma anche sufficientemente tradizionale da non attrarre, fin dalla copertina, gli strali della censura.


Carol Morganti

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