"Verdun" di H. Desbarbieux - III parte

Fig. 1a Henri Desbarbieux, "Esplosione" (particolare)
Terzo e conclusivo intervento di presentazione dell'importante raccolta di acqueforti Verdun, realizzata nel 1916 dall'artista-soldato Henri Desbarbieux, caduta successivamente nell'oblio ed ora riscoperta dall'associazione Arte Grande Guerra. Dopo che, nei due precedenti articoli, abbiamo avuto modo di osservare come l'artista abbia ripreso la vita quotidiana dei poilu nel corso dei momenti di lavoro e durante il riposo, queste ultime incisioni sono dedicate alle tematiche dirompenti dell'attacco, dei feriti e della morte.

Fig. 1b Henri Desbarbieux, "Esplosione"
In fig. 1b si può osservare Esplosione, una delle acqueforti di maggior vigore espressivo dell'intera raccolta, che si caratterizza per la grandiosità della visione, il forte impatto emotivo, l'originale struttura compositiva. L'immagine è dominata dall'immane massa scura di fumo e terra prodotta dall'esplosione di un obice, che si espande nel cielo in dense spirali tracciate con movimenti rapidi e dinamici. Al di sotto di essa, alcuni militari in preda al panico, raffigurati in pose scomposte, cercano affannosamente riparo nell'avvallamento di una trincea. Si noti quanto sommari siano i tratti che vanno a delineare questi poilu, divenuti una sorta di fantasmi, quasi indistinguibili dalla terra che li ospita, portatori, si direbbe, di un messaggio di dolore universale, ancor più che personale (fig. 1a). In primo piano, il moncone di un tronco rende tangibile le conseguenze esiziali dei bombardamenti sul mondo naturale. Anche qui, analogamente a quanto già osservato in altre opere della raccolta, il punto di osservazione posto a una certa distanza dall'area di maggiore interesse e in posizione ribassata, ha l'effetto di condurre l'osservatore per gradi, ma irresistibilmente, all'interno del dramma dei soldati. L’artista coglie con questa raffigurazione un aspetto cruciale della guerra moderna: la piccolezza e la fragilità dell’essere umano rispetto al peso soverchiante di una macchina bellica sempre più potente, impersonale, oppressiva e alienante.

Fig. 2 Henri Desbarbieux, "L'attacco"
Nell'acquaforte L'attacco il momento che precede l'inizio della battaglia è restituito in tutta la sua tensione con estrema economia di mezzi. In ripresa ravvicinata sono ritratti due militari issati sull'apice di un declivio. Uno di loro, adagiato sul terreno, osserva la distesa che gli si para davanti, il fucile stretto tra le mani, come in attesa dell'apparire del nemico, mentre il compagno, scuro e ingobbito, facendo leva sull'arma che impugna, sembra pronto a lanciarsi in avanti. Alle loro spalle altri due soldati, tutti imbacuccati e protetti dietro l’avvallamento, si voltano nella direzione dei primi, probabilmente in apprensione per ciò che sta per accadere. Cupi addensamenti di nubi e di fumo ricoprono e imbruniscono la volta del cielo, contrapponendosi al bagliore di luce visibile in lontananza nello sfondo, dove si stagliano netti i profili degli alberi spogli di un boschetto straziato. L’atmosfera è spettrale, livida. In questa opera, Desbarbieux sembra avere memoria dei drammatici contrasti chiaroscurali de Le miserie della guerra di Goya, ma, a differenza di quest’ultimo, arresta il suo racconto prima che l’orrore vi abbia fatto irruzione, raffigurando gli attimi che precedono la catastrofe, il momento in cui tutto deve ancora accadere, quasi auspicasse l'esistenza per l'uomo - nonostante tutto - di una possibilità di redenzione. 

Fig. 3a Henri Desbarbieux, "Il carro dei feriti"
Il carro dei feriti riprende una scena ricolma di un allucinato dolore (fig. 3a). Vi viene raffigurato un carico di soldati feriti che è condotto verso il più vicino punto di soccorso. Una sorta di climax sembra governare la loro disposizione all'interno del veicolo. 
Fig. 3b Henri Desbarbieux, "Il carro dei feriti" (particolare)
Al livello più basso si trova chi è offeso più gravemente, come l’uomo in primo piano riverso e accasciato sulla paglia; al livello intermedio appaiono due militari seduti, dallo sguardo vacuo e quasi inebetito (fig. 3b); infine al livello più alto, vi è chi conserva ancora forze bastevoli a levarsi, come l’uomo con la testa fasciata sulla sinistra. Procede a piedi sulla destra, appoggiandosi pesantemente alla sponda laterale del carro, un militare ricurvo, afflitto e prostrato. Lo spettatore, osservando da dietro il doloroso carro che s'allontana, non può non partecipare empaticamente al dramma che si dispiega davanti ai suoi occhi. Si tratta di un'immagine che mette in luce una delle caratteristiche paradossali della Grande Guerra la quale, sebbene caratterizzata dall'utilizzo costante e indiscriminato di tecnologie avanzate, manteneva aspetti sorprendentemente arcaici, come l’uso dei carri per il trasporto dei feriti, “materiale umano” trattato alla stregua di bestiame da macello.

Fig. 4a Henri Desbarbieux, "Funerale militare"
L'acquaforte Funerale militare (fig. 4a) chiude idealmente la raccolta Verdun. La scena è colta da una certa distanza, con inquadratura piuttosto stretta. Il punto di vista risulta essere quello di un ipotetico osservatore accovacciato - forse inginocchiato - davanti agli astanti. I partecipanti alla mesta cerimonia sono divisi in due gruppi ben differenziati: diversi uomini in piedi, sullo sfondo, e due donne, in pose che evidenziano un'accorata afflizione, nella parte destra dell'immagine.
Fig. 4b Henri Desbarbieux, "Funerale militare" (particolare)
La ripresa dal basso conferisce dimensioni monumentali alla figura centrale del sacerdote, raffigurato in atto di benedire (fig. 4b), e notevole consistenza all'adunanza che lo affianca, la cui distribuzione configura lo spazio dello sfondo come una sorta di ordinata architettura umana. Nel piano intermedio, tale statica verticalità è interrotta dalla diagonale della bara e dai movimenti sincopati degli incaricati alla sepoltura che, in pose plastiche, maneggiano le corde per far scendere la cassa. Si noti come la luce, incuneandosi fin sul legno della bara, il cui coperchio appare tra l'altro incrinato, ne metta in risalto la materia grezza e la costruzione affrettata. Né appare migliore la struttura della rudimentale croce di legno in primo piano, gettata malamente sulla terra scura in attesa d'essere conficcata sulla tomba. Ed è a tale effimero supporto che, significativamente, viene assegnato il compito di conservare la memoria del caduto. Desbarbieux con questa originale costruzione sembra dunque rivolgere uno sguardo partecipe alla crudele sorte dei poilu, in un'accezione antiretorica che pone anzitutto l'accento sull'inutilità e la gratuità del loro martirio.

Giunti a questo punto è lecito domandarsi quale guerra raccontino le quattordici acqueforti che compongono la raccolta. Come abbiamo avuto modo d'accennare, il caporale Henri Desbarbieux è stato lungamente stanziato a Verdun, inquadrato nel 56° battaglione chasseurs à pied, in servizio attivo fino al 7 gennaio 1915 (giorno in cui è stato ferito, riportando danni permanenti all'occhio destro) e successivamente impiegato nel servizio ausiliario, partecipando alla battaglia di Verdun del 1916 in questa funzione, adibito ai rifornimenti tra le retrovie e la prima linea o ad altro simile compito. L'artista-soldato era dunque nelle condizioni di raccontare al meglio quell'interminabile e sanguinosissimo scontro, probabilmente l'evento bellico che, più d'ogni altro, è rimasto nell'immaginario dei francesi quale sinonimo di valore, onore, spirito di sacrificio, eroismo. Di tutto ciò, in queste acqueforti non v'è traccia. Come non vi vengono registrati riconoscibili eventi militari. L'artista sembra invece anzitutto voler indagare il sentire quotidiano del soldato, il modo in cui esso reagisce agli orrori e alla violenza della guerra moderna. E i suoi poilu sono raffigurati in modo tutt'altro che idealizzato, spesso quasi spietato nella brutale resa espressiva. E così, in queste incisioni, alla circostanziata denuncia degli orrori dei combattimenti e delle condizioni di vita dei fanti in trincea, si affianca la volontà di rivelare senza retorica a quali oscure forze debba necessariamente attingere un uomo, in tali condizioni, per sopravvivere; domande in fondo non troppo dissimili da quelle che Freud si faceva nei medesimi anni. Ed è questa una riflessione originale e profonda sulla natura intrinseca della guerra, su ciò che rende possibile - ieri come oggi - ogni guerra, di afflato universale tutta da meditare e ancora attualissima.



Carol Morganti
Dario Malini

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