Laboratorio Allegri (12): In trincea (26 settembre - 7 ottobre 1917)

Cartolina del 26 settembre 1917 (fronte e retro)
Piazza Grande (oggi: p. della Vittoria), Gorizia

26 settembre. Siamo di nuovo a Gorizia. Dopo avervi passato una notte piuttosto agitata, gettati sul pavimento di una villa abbandonata e svuotata di ogni mobilio, letti compresi, ci dicono di prepararci perché nel pomeriggio ci dovremo spostare in avanti, fin dentro le trincee più avanzate (nota 1). [In città] ho visitato la casa della zia [Emma], ha di rovinato solo un angolo dietro e la parte centrale in alto. La mobilia non c'è più, credo l'abbiano ritirata.

Lettera del 30 settembre 1917

30 settembre. Eccomi infine in trincea, ove mi aggiro con il cipiglio del giovane Menete, cantato quasi di malavoglia da Virgilio (nota 2). Qui la vita nostra è alquanto curiosa, di notte si lavora e di giorno ci si ritira a dormire. 

Al lavoro in trincea
(illustrazione di Kataku, 2022)

Alle 20, con il cielo in cui baluginano gli ultimi chiarori del crepuscolo, vado col primo turno di uomini in trincea. Ci mettiamo subito al lavoro. Alcuni approfondiscono le gallerie, altri riempiono di terra i sacchetti e costruiscono i parapetti. Chi scava uno scolo per le acque, chi raccoglie il materiale inutile, chi porta le bombe, chi le casse di cottura col rancio, chi la pasta, chi le fascine incatramate, da ardere quando le sirene annunziano l'avvicinarsi del gas asfissiante. Tutti smoccolano sommessamente e scaracchiano a terra con generosità gli umori più mefitici. Si va e si viene, ma guai se uno parla a voce alta o sfrega un cerino. Per accendere il sigaro i soldati si coprono con la mantellina, in modo che non ne emerga neppure una scintilla. Fumare è utilissimo per restare svegli e impedire al naso di percepire lo sgradevolissimo puzzo mortifero che promana dalle gallerie.
Verso le 21:30 portano il rancio. Mangiamo tutti in silenzio, preda dei più strani pensieri, poi si torna al lavoro al chiaro della luna. 
All'una di notte i miei soldati si danno il cambio: quelli che hanno vegliato si buttano giù a dormire, con la bruta attitudine di un animale sfiancato, e gli altri si mettono al lavoro. Di tanto in tanto mi do da fare anch'io con la vanga per non sentire il freddo. Nessuno bada al nemico che pure si sente, non senza qualche apprensione, scavare nella roccia e portare avanti i reticolati. Finché la luna illumina le linee, rendendo impensabile qualsiasi azione, uno strano accordo regolamenta i comportamenti degli eserciti contrapposti. Se i nostri zappatori si incontrano con i loro nel collocare i reticolati, nessuno fa una piega: si fa un passo indietro e si continua a lavorare. Stufo di zappare, prima o dopo, faccio un giro lungo tutta la linea, salutando a gesti qualche faccia conosciuta e svegliando in malo modo qualche vedetta che spudoratamente si è assopita. 
Alle 4 portano il pane e la carne per i soldati. Allora si sospende il lavoro di zappa e incominciano i fuochi artificiali: ormai la luna è calata e basta un topo a spaventare le vedette. Da ambo le parti si cominciano a lanciare razzi e bombette e a sparare ai fantasmi. Del tutto fortuitamente, un colpo a volte giunge a segno, e capita così che qualche povero soldato, ferito o qualcosa di peggio, s'accasci a terra all'improvviso senza aver avuto neppure il tempo di lanciare un lamento.
Alle 6 faccio ritirare le armi mentre arriva in trincea l'altro turno. Allora me ne vado a dormire nel sotterraneo di una casa in rovina: una cantina tutta puntellata e rafforzata con travi e sacchetti, al cui interno è presente una branda. 
Mi sveglio a mezzogiorno, mi lavo attingendo un po' d'acqua da un catino, mangio ciò che mi ha portato l'attendente e leggo la corrispondenza e il giornale alla fievole luce di un lume. Quindi, fumata una sigaretta e date le disposizioni per i lavori da eseguire nel sotterraneo, esco a dare un'occhiata fuori. Dalla feritoia della mia piazzola si vedono gli austriaci passare e, talvolta, le loro vedette che si sporgono di tutto il busto, come pure credo loro vedano noi nelle nostre linee. 
Gioco qualche partita a carte con i compagni e leggo sino alle 16. Dormo qualche ora e poi ricomincia il giochetto appena descritto che, come ogni gioco, per essere bello deve essere corto.

Nelle cartoline che spedisco giornalmente a casa, cerco di non fornire ai miei alcun motivo d'apprensione.

Cartolina del 3 ottobre 1917

3 ottobre. [Olga,] auguri per i tuoi esami (nota 3). Di' alla mamma ed al papà che sto bene e che il posto dove sono io non è battuto dall'artiglieria perché siamo molto lontani da loro. In quanto alla licenza per Natale, non so, spero di ottenerla.

Cartolina del 4 ottobre 1917

4 ottobre. Cari genitori, il diavolo non è brutto come lo si dipinge, dicono coloro che l'hanno visto. In certi periodi la vita che si mena qui è brutta, sì, ma almeno ci si vive.

Cartolina del 5 ottobre 1917

5 ottobre. Caro Dino (nota 4), scrivi a casa nel modo migliore che puoi e cerca di non lamentarti perché tanto i nostri genitori non possono fare niente per noi.

«Un austriaco s'è alzato in piedi e mi ha sorriso» 
(illustrazione di Kataku, 2022)

6 ottobre. Passano i giorni e nulla muta. Si alternano lunghe notti di lavoro in trincea a giornate estranianti e sonnecchiose da trascorrere nascosti sotto terra. Sono diventato compagno della civetta: lascio il mio fif-haus (nota 5) quando è già tramontato il sole, accompagno i soldati e rientro all'alba. Da parecchie sere è sereno e una luce di luna rischiara ogni cosa. Solo questa notte ha piovuto un poco, rendendo assai più gravoso il lavoro dei soldati, anche per i colpi dei cecchini. Quando invece brilla la luna, prosegue la curiosa tregua che si è istaurata de facto tra noi e il nemico: ieri sera un austriaco s'è alzato in piedi nella sua trincea e mi ha sorriso, con stampata in faccia un'espressione indecifrabile. Quindi s'è cavato il berretto e l'ha agitato in segno di saluto. 

«Gli attendenti sono i gazzettini rosa
del mondo militare»
(illustrazione di Kataku, 2022)

7 ottobre. Ho trovato una cameretta per andarci a dormire, in una casa abbandonata grande un po' meno del pollaio che ho a Como. Ci sta appena appena un lettino, ma almeno qui sono al caldo, riparato dall'acqua e dai colpi del nemico. Sono le 12 ed entra in perfetto orario l'assistente che mi porta del cibo e il giornale; la posta arriverà verso le 16. Mentre mangio, il bravo ragazzo mi recita le novità del reggimento, che ascolto con gusto, essendo diventata questa la mia vita. Lui non smette di cicalare finché il mio piatto non è vuoto. Gli attendenti sono i gazzettini rosa del mondo militare e sono insostituibili nell'alleviare la tremenda solitudine che avvolge le tristi giornate di chi deve fare la guerra.





Dario Malini


N.B. L'autrice delle illustrazioni è Kataku, giovane e valente artista pisana. 

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Note

1. Trincee situate probabilmente a Salcano, frazione del comune di Nova Gorica, sulle rive del fiume Isonzo. 
2. Nel libro dodicesimo dell'Eneide viene citato Menete: «e il giovane Menete, un arcade nemico / della guerra (ma invano!) che un tempo esercitava / la pesca lungo le acque della palude di Lerna» (Eneide, Libro XII, vv 648 - 650, traduzione di Giuseppe Ungaretti). La citazione sembrerebbe dunque un sistema per esternare la propria ostilità alla guerra, nonostante le limitazioni imposte dalla censura. 
3. Cartolina indirizzata a Olga Allegri, sorella minore di Attilio, nata l'11 settembre 1902.  
4. Cartolina indirizzata al fratello di Attilio, Claudio Allegri detto Dino, classe 1899, anche lui mobilitato, giunto il 31 agosto 1917 presso il magazzino di Morbegno, nel 5° Reggimento Alpini. 
5. Il termine blockhaus, che in linguaggio militare indica un riparo di protezione dai bombardamenti, veniva talvolta giocosamente storpiato dai soldati italiani in fif-haus, con il prefisso derivato dalla parola “fifa”.  

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