L'undicesimo assalto

"17 agosto 1917. Da quando sono in guerra non riaesco a cacciare un pensiero: che se pigliassero i soldati e i caporali e i sergenti e qualche ufficiale inferiore, dicendo: “Dovete espugnare qui, arrivederci e in bocca al lupo, noi ce ne andiamo, non vi daremo fastidio con ordini, arrangiatevi, vi manderemo però sacchetti a terra, vino e pagnotte”; se questo potesse succedere (però ai comandi dovrebbero rinunciare alle medaglie) credo che saremmo a Trieste da un pezzo."
Paolo Caccia Dominoni, Diario di guerra
La preparazione dell'undicesimo tentativo per sfondare il fronte dell'Isonzo iniziò verso la fine di maggio del 1917. Si temeva che quanto stava accadendo in Russia potesse consentire agli austriaci di riversare sul fronte italiano nuove forze, riducendo a quel punto sensibilmente il rapporto favorevole in termini di uomini di cui l'Italia godeva sin dal 1915. Pur di assicurarsi finalmente un successo risolutivo per le sorti del conflitto, Cadorna volle ridurre al minimo le difese sul fronte alpino e impegnare sull'Isonzo il maggior numero possibile di uomini e mezzi . Si trattò del più grosso schieramento di forze che fino allora si fosse visto: 51 divisioni, contro le 19 austriache, appoggiate da oltre 5.000 pezzi tra cannoni e bombarde.   

Tra il 17 e il 18 agosto l'artiglieria della II e della III armata iniziò a tuonare da Tolmino al San Gabriele e sul fronte del Carso. Particolarmente gravoso il compito degli uomini del Gen. Capello per i quali il piano operativo prevedeva di attraversare il fiume Isonzo, superare l'arida Bainsizza ed il vallone di Chiapovano fino alla selva di Ternova.  All'alba del 19 agosto la nostra fanteria  uscì dalle trincee e per vari giorni compì progressi strepitosi che le permisero  di avanzare per parecchi chilometri sul desolato altopiano della Bainsizza. Ma dov'erano finiti gli austriaci? Il Comando Supremo ignorava che l'imperatore Carlo e il generale Borojevic avevano deciso di arretrare le loro linee. Si erano resi conto che quel settore non poteva più essere tenuto. Certo, era un piano che  rischiava di trasmettere ai nemici un'enorme fiducia ma, già poche ore dopo il ripiegamento, gli imperiali ebbero la soddisfazione di vedere l'artiglieria italiana martellare di colpi le loro postazioni ormai deserte. Agli uomini di Capello venne concessa un'avanzata profonda dieci chilometri: di tanto, non di più, essi avanzarono. Ancora una volta “l'addestramento professionale della casta militare austriaca diede i suoi frutti” (Mario Silvestri - Isonzo 1917).   
Il giorno 24 anche sul Monte Santo sventolò il tricolore, ma si trattò di un successo sicuramente più utile in termini propagandistici che strategici.
Gli scontri sulla Bainsizza ebbero termine con la fine di agosto. L'arresto dell'offensiva  dipese da vari fattori, principalmente la sete e la difficoltà dei rifornimenti. La scarsità di strade e le loro cattive condizioni impedirono il rapido avanzare delle artiglierie, permettendo in tal modo agli austriaci di guadagnare il tempo necessario per organizzare un'efficiente difesa. 
Contemporaneamente sul Carso proseguirono sanguinosi combattimenti che tuttavia non diedero risultati di grande rilievo. Appendice all'undicesima battaglia fu l'attacco al San Daniele e al San Gabriele che, sotto il martellante fuoco delle batterie italiane, perse qualcosa come dieci metri di altezza. “Anche in questa occasione - scrive Mario Silvestri in Isonzo 1917 -  nell'uso dell'artiglieria fummo largamente surclassati dagli austriaci, che pure avevano un cannone per tre dei nostri”.
Ed ecco riaffiorare l' ormai immancabile ingratitudine e le solite contraddizioni  del generalissimo: “Sono completamente soddisfatto delle operazioni” scriveva il 25 agosto alla figlia Carla,  per poi lagnarsi pochi giorni dopo del “poco slancio” mostrato dai suoi soldati.  
E' ancora Mario Silvestri a testimoniare che l'impresa tentata dalla II armata fu superiore alle capacità di spostamento:  
“Nel giro di pochi giorni qualche centinaio di migliaia di uomini erano stati trasferiti sulla riva sinistra dell'Isonzo. [...] A questo punto si rivelò l'insufficienza dell'organizzazione logistica, preparata al primo passo, ma lasciata alla sorte per la successiva avanzata. Il movimento era complicato ed appesantito dalla necessità di avvicendare quelle truppe di prima linea che, ormai corrose dalle perdite in combattimento, andavano sostituite con le riserve, che in molti casi non potevano giungere, trovando la strada impedita”.
Mario Silvestri, Isonzo 1917 
Paradossalmente dunque quella massa di uomini, di mezzi e di materiali divenne ben presto un impaccio per i rifornimenti. 
“Mancò l'esatta visione dell'imponenza del problema logistico. [...] La preparazione fece difetto sotto aspetti essenziali, cosicché l'azione racchiudeva in sé il germe che l'avrebbe resa tarda, pesante e di difficile sviluppo, che l'avrebbe paralizzata”
Baj Macario
Ma soprattutto nella fase di preparazione fu decisamente sottovalutato il problema della sete. Nel mese di agosto, su quel terreno, trovare una goccia d'acqua era praticamente impossibile e la terribile arsura portò molti reparti a compiere atti di vera e propria pazzia. E' il caso denunciato dal  comandante di una batteria di bombarde cui “morirono tre uomini per aver bevuto l'acqua del  radiatore d'una trattrice abbandonata dal nemico”. Secondo il capitano Antonio Albertini, fratello del senatore, fu essenzialmente la sete a frenare lo slancio delle truppe contro lo schieramento austriaco. 
Il più grande sforzo militare fatto dall'Italia in ogni tempo durò dal 17 agosto al 6 settembre 1917 e significò per gli italiani quasi 19 mila morti, oltre 89 mila feriti e più di 35 mila dispersi. 
Ecco come Fritz Weber descrive il desolante paesaggio al termine degli scontri: 
“Le pendici son tutte ricoperte di cadaveri insepolti. In una dolina a mezza costa affiorano pezzi di bare, resti scuri di corpi in putrefazione. Molto tempo deve essere passato dal giorno in cui questi morti vennero chiusi nelle loro casse. Forse erano degli artiglieri delle prime battaglie dell'Isonzo. Oggi i caduti vengono gettati, senza divisa, in fosse comuni scavate laboriosamente con la dinamite e sulle quali si cosparge acido cloridrico. Tutto diventa più semplice e sbrigativo: l'istruzione dei soldati, il modo di combattere, la sepoltura”.
Fritz Weber, Tappe della disfatta
Nell'estate del '17 sul fronte isontino l'esercito italiano crebbe numericamente ma la sua saldezza interiore si mostrò ancora troppo debole. Troppi uomini  morirono ed i sopravvissuti persero definitivamente calma e sicurezza. La tattica cadorniana, che basava la vittoria sull'esaurimento totale dell'avversario, aveva chiesto ancora una volta energie sovrumane.   
L'ipotesi di un terzo inverno di guerra si faceva ora sempre più concreta, anche perché nel frattempo giungevano notizie allarmanti dal fronte orientale dove l'avvento al potere  di Trotzky e di Lenin si avvicinava. Le prospettive erano dunque molto preoccupanti. Gli austriaci a quel punto potevano spostare interi battaglioni dal fronte russo. Pensare ad una nuova offensiva in tali condizioni era follia anche per Cadorna che, il 18 settembre 1917, scrisse al Gen.. Capello e al Duca d'Aosta: “Il continuo accrescersi delle forze avversarie sulla fronte Giulia fa ritenere possibile che il nemico si proponga di sferrare quivi prossimamente un serio attacco, tanto più violento quanto più ingenti forze esso potrà distogliere dalla fronte russa. Pertanto decido di rinunziare alle progettate operazioni offensive e di concentrare ogni attività nelle predisposizioni per la difesa ad”oltranza...”.
Si trattò di una svolta radicale, un netto cambio di mentalità nelle fila dell'esercito italiano che fino ad allora aveva pensato  solo ad attaccare. A quel punto sarebbe stato opportuno, d'intesa con i comandanti d'armata, riorganizzare le nostre linee che in alcuni punti erano ancora quelle della prima offensiva. Eppure nessuna riunione con i vertici militari, nessun controllo nell'esecuzione degli ordini. Come al solito, dopo le direttive iniziali il Capo non si curò più di verificare l'andamento delle operazioni. Ai primi di ottobre, valutando la situazione tranquilla, Cadorna decise di prendersi un periodo di riposo in campagna, a Villa Camerini, in provincia di Vicenza. Angelo Gatti il 4 ottobre scrive: “Mi dice il Capo... verso il 20 tornerò. Vedremo che cosa farà il nemico; metteremo un po' d'ordine alle cose, poi prenderemo i quartieri d'inverno. Allora cominceremo a rivedere il lavoro della storia. Passeremo così l'inverno”. Tuttavia lo stretto collaboratore del generalissimo  era perplesso, tanto da annotare sempre alla stessa giornata: “Sta bene. Noi abbiamo, o consideriamo, finito il giuoco col nemico. Ma il nemico lo considera anche finito?”. Aveva ragione. Austriaci e tedeschi si stavano preparando a scatenare sull'Italia una valanga di uomini, ferro e fuoco. 




Giancarlo Romiti


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