La disorganizzazione dell’esercito

La guerra dovrebbe essere intrapresa con forze adeguate alla grandezza degli ostacoli che si possono prevedere.
Napoleone, Massime militari (1827)

L'inferiorità di armamento ed equipaggiamento rispetto agli austriaci fu già ben chiara da subito. L'artiglieria scarseggiava e spesso non venivano curati i collegamenti con i reparti di fanteria che quindi finivano per subirne i tiri imprecisi; le reclute venivano addestrate con i bastoni perché i fucili scarseggiavano; i primi elmetti recavano la sigla R.F. perché li aveva forniti la Francia; i nostri fanti non erano dotati di tronchesini per tagliare il filo spinato delle trincee nemiche e si arrangiavano con le forbici che i contadini usavano per potare i tralci della vigna.Qualche problema? Nessuno per il generale Augusto Vanzo, stretto collaboratore di Cadorna: "I reticolati si sfondano con i petti".
Ecco un episodio delle prime giornate di guerra, tratto dalla biografia sul generalissimo scritta da Gianni Rocca, esempio significativo della disorganizzazione dell'esercito italiano: "Dal nostro sbarramento di Bormio si apre il fuoco d'artiglieria contro il nemico. Gittata del tiro 9000 metri. L'esito è buono e ne viene data comunicazione al Comando di settore, il quale, a sua volta, si affretta a segnalarlo al Comando della I armata. Qui si cade dalle nuvole. Immediato il collegamento col Comando di settore: come è possibile – si obietta – sparare a 9000 metri se i cannoni in questione sono dei 120 con una gittata massima di 7300 metri? Il Comando di settore consulta dei manuali e scopre che l'armata ha ragione e fa quindi sospendere il fuoco. Il comandante dei pezzi strepita e sbraita: vede i nemici intenti a delle fortificazioni, ha constatato che il tiro dei suoi cannoni li centrava perfettamente, e pertanto richiede l'autorizzazione a riprendere il fuoco. Si decide di mandare il comandante dell'artiglieria divisionale sul posto, per chiarire il mistero. E lì si scopre che i nostri pezzi da 120 erano di tipo speciale e avevano una portata di 12.800 metri! Nessuno lo sapeva, eppure da mesi ci si era preparati per quel bombardamento". Sicuramente però la deficienza più grave si verificò proprio in quella che era già divenuta, insieme con la tremenda difesa passiva rappresentata dai reticolati, una protagonista di primissimo piano nel conflitto in atto da una decina di mesi: la mitragliatrice. Il Comando Supremo riconobbe l'utilità di questa micidiale arma automatica solo nel 1916 quando venne inaugurata a Torino la prima scuola per mitraglieri.
Giancarlo Romiti

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Franco, nostro lettore ed estimatore del generalissimo, ci scrive: «L’esercito italiano era notoriamente in uno stato di disorganizzazione e arretratezza ben prima dell’arrivo di Cadorna, il quale contribuì semmai a riorganizzarlo in senso moderno».

Ecco la risposta di Giancarlo Romiti:
Nel 1913 il generale Pollio, Capo di Stato Maggiore dell'esercito italiano, emanò una serie di direttive volte a completare e rivedere, alla luce delle evoluzioni avvenute in Europa negli ultimi anni, sia l'intera dottrina tattica che le istruzioni relative all'uso delle varie armi.
Nel mese di marzo del 1914, poco prima di morire, presentò invece, per superare le molte carenze tecniche che affliggevano le forze armate, uno studio di ammodernamento che il governo respinse perché troppo ambizioso e costoso. Cadorna nell'agosto del 1914 ribadì gli stessi concetti ma con specifico riferimento al combattimento offensivo e tralasciando, a differenza del suo predecessore, i non meno importanti aspetti morali riferiti all'addestramento delle truppe ed alla formazione di buoni sottufficiali. In queste sue “norme riassuntive per l'azione tattica” puntualizzò idee già note a cui venne aggiunto un esplicito richiamo all'importanza dell'attacco frontale.
Nonostante qualche anno prima un suo studio sui vantaggi dell'offensiva a tutti i costi fosse stato aspramente criticato dal Capo Supremo gen. Pollio, per quanto la dottrina militare sostenesse da qualche tempo l'opportunità di agire ai fianchi dell'avversario per ottenere risultati decisivi, il generalissimo ribadì ancora una volta la centralità dell'azione frontale, ignorando totalmente il problema dell'assalto a posizioni trincerate e l'impiego delle mitragliatrici.
E' indiscutibile che Cadorna ereditò il comando di un apparato militare scarso in ogni armamento (fucili, munizioni, mitragliatrici, pezzi d'artiglieria, vestiario), insufficiente nel numero degli effettivi e delle riserve e con un corpo ufficiali fortemente sotto organico. La sua colpa fu però quella, pur essendo consapevole che le risorse dell'esercito non erano all'altezza, di non aver saputo sfruttare quelle a disposizione. Perché mandare i suoi uomini contro le batterie nemiche senza conoscerne l'esatta posizione? Perché non pensò/riuscì a coordinare il fuoco d'artiglieria con la fanteria lanciata all'attacco? Perché rigide tabelle di fuoco impedivano agli artiglieri di decidere liberamente in base alle situazioni che si presentavano? Perché, non essendo ancora sviluppata la ricognizione aerea, non pensò a migliorare le comunicazioni tra l'artiglieria e le vedette appollaiate in cima ai campanili? Perché tentare di sfondare i reticolati nemici quando i soldati non avevano tronchesini ma semplici forbici da giardino? Perché Cadorna riconobbe l'utilità della mitragliatrice solo nel 1916 quando venne inaugurata a Torino la prima scuola per mitraglieri?
Ecco la testimonianza del colonnello Douhet in forza alla prima armata nella regione alpina, ulteriore prova e conferma della grande disorganizzazione dell'apparato militare italiano di cui il generale Luigi Cadorna fu per tre anni Comandante Supremo, quindi principale responsabile:
“Pochi giorni fa per sloggiare 12 austriaci dal Torrione, punta rocciosa che ha una superficie di mt. 5 per 6, abbiamo sparato 950 colpi d'artiglieria; gli austriaci hanno sgombrato lasciando due morti (circa 4 tonnellate di acciaio per morto) , ma noi non ci siamo potuti restare”.

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