La zona di guerra negli scritti dei soldati

André Devambez, Un trou d’obus (1915-1917)
L'ambiente aspro e crudele rappresentato dalle linee avanzate dalla Grande Guerra acquisisce intonazioni diversissime nelle pagine degli scrittori-soldato che hanno cercato di rappresentarlo. In questo intervento vorremmo proporvene alcuni esempi di particolare pregnanza e interesse, esemplificativi di un nuovo mondo di guardare non solo alla guerra, ma anche agli uomini e al mondo.

Prendiamo il via con due descrizioni crepuscolari del fronte occidentale. La prima è del soldato Henri Barbusse, tratta dal suo capolavoro antimilitarista del 1916 Il fuoco. Nella raffigurazione di un attimo di quotidianità dei poilu, "una serata banale e già cominciata", traspare con efficacia tutta l'alienazione e la perdita di senso che caratterizzava la vita di questi soldati.

La sera piomba sulla trincea. Per tutta la giornata si è avvicinata, invisibile come il destino, e adesso invade i terrapieni di questi fossati lunghi come i labbri di una ferita smisurata.
In fondo al crepaccio, fin dal mattino, abbiamo parlato, mangiato, dormito, scritto. Al calar della sera un fermento si è propagato lungo le buche, scuotendo e unificando l’inerte disordine degli uomini sparpagliati. È l’ora in cui ci si prepara per andare al lavoro.
Volpatte e Tirette si avvicinano.
«Un altro giorno è andato, un giorno come gli altri», dice Volpatte guardando il cielo che si oscura.
«Che ne sai? Per noi la giornata non è ancora finita», risponde Tirette.
Dalla lunga esperienza di disgrazie ha imparato che qui dove stiamo non bisogna fare previsioni, nemmeno per l’immediato futuro di una serata banale e già cominciata...
«Forza, adunata!».
Ci raduniamo con la distratta lentezza dell’abitudine. Ognuno porta con sé fucile, cartucciere, borraccia e tascapane fornito di un bel pezzo di pagnotta. Volpatte ha una guancia gonfia e palpitante perché sta ancora mangiando. Paradis ha il naso violaceo, borbotta e sbatte i denti. Fouillade si trascina dietro il fucile come fosse una scopa. Marthereau guarda malinconico un fazzoletto appallottolato e irrigidito, poi se lo rimette in tasca.
Fa freddo, pioviggina. Tutti battono i denti.
Da laggiù sentiamo una litania: «Due pale, una zappa; due pale, una zappa...».
La fila affluisce verso il deposito dei materiali, ristagna sull'uscio, ne riparte carica d'utensili.
«Ci siamo tutti? Eh?!», dice il caporale.
Scolliniamo, rotoliamo giù. Andiamo avanti, non sappiamo dove. Non sappiamo niente, tranne che il cielo e la terra stanno per confondersi nel medesimo abisso.
Henri Barbusse, Il fuoco

La guerra narrata da Ernst Jünger in Nelle tempeste d’acciaio, pubblicato a spese dell'autore nel 1920 e in seguito divenuto successo internazionale, possiede invece - nonostante le molte scene crude - un'indubitabile capacità attrattiva. 

C'incamminammo in silenzio, in fila indiana, attraverso la campagna immersa nel buio della notte e coperta qua e là da cupi boschetti, in direzione del nemico. Di tanto in tanto un colpo isolato; qualche razzo s'apriva fischiando per lasciare, dopo un attimo di luce spettrale, tenebre ancora più fitte. Scatto monotono di fucili e d'altri oggetti da trincea, interrotto dal grido d'avvertimento: «Attenzione! Fili spinati!»
A un tratto qualcuno cade, tra squillanti rumori metallici: «Ma non sai aprire il becco, accidenti, quando inciampi in un fosso!» impreca qualcuno. Un caporale s'intromette: «Calma, perdio, credete che i francesi abbiano merda nelle orecchie?» La marcia si fa più rapida. L'incertezza della notte, lo sfarfallio dei razzi, il vacillare lento della fucileria provocano un nervosismo che mantiene tutti stranamente svegli. Di tanto in tanto una pallottola randagia passa sibilando, perdendosi lontano. Quante altre volte, dopo quella, ho camminato così verso la prima linea in preda a un'emozione malinconica ed eccitata, attraverso un paesaggio di morte!
Ernst Jünger, Nelle tempeste d’acciaio

Passiamo al fronte italiano. Il testo autobiografico Pane e luna di Anselmo Bucci contiene diverse pagine dedicate al primo conflitto mondiale. Bucci, artista poliedrico vicino ai futuristi, nel 1914 si arruolò volontario nel celebre Battaglione lombardo ciclisti. Il seguente brano, tratto dal secondo volume del libro, ci riporta, in una prosa assai libera, una scena notturna di trincea, segnata da un'intonazione giocosa e scanzonata.

Sotto le stelle, quattro ciuffi di oleandri tentennano al vento le rose rosa, che amareggiano l'aria con il loro rimpianto di fiorire là, dove non passerà mai una fanciulla. Passa invece una lontana inquietudine. Il cannone, in Val di Ledro, risveglia gli echi con la sua tosse; un lumicino degli Alpini si spegne sui nevai; sbucano qua e là, brancolano sull'acqua, palpano le rocce.
Un grande artigliere del Forte passa battendo le suole; il suo gabbano a rocchetto, gonfiato dalla brezza, pare un ammasso di pieghe barocche, prolungato dalla interminabile baionetta dei tempi andati.
Chi non è di sentinella, potrebbe dormire.
Dormire! Qui sta il busillis. Forse che sì, forse che no. Moriamo dal sonno, da mesi. Certo che no. Ecco, una puntura che non è di freddo, mi uncina il malleolo, sotto il gambale. Forse che sì. 
Per distrarmi, chiamo a raccolta i ricordi coriacei dell'infanzia e romite immagini agrodolci; ma un secondo uncinetto, più crudele del primo, mi trapassa il gran mastoideo. Certo che sì.
Sprofondiamoci nel nostro materasso di rupe; deliberiamo che la gavetta sia un bel guanciale di piuma orlato di pizzo di Malines.
Tre, quattro, dieci grani di pepe scoppiano nella mia carne viva. I miei compagni, stesi a terra, fanno da viluppo; dal groviglio esce ogni tanto una mano, che gratta con rabbia.
Sant'Elia, lungo e magro, che sogna le donne notte e dì, litiga con la "fidanzata" dormendo; Boccioni, agitando le zampe, fa il voltolone dei somari; altri giacciono sgangherati e disseminati sulle rocce.
Anselmo Bucci, Pane e luna


La concezione della guerra del tenente Carlo Salsa è assai differente. Il suo libro di memorie Trincee, pubblicato nel 1924, ricostruisce "dall'interno" l'esperienza del fronte, valendosi di una lingua nobile, sontuosa e al tempo stesso sperimentale. Così le spettrali visioni che appaiono al soldato di trincea, trasferite sulla pagina scritta, coinvolgono e feriscono il lettore con la potenza metafisica della loro cruda inumanità.

Un po’ di luce screpola la nuvolaglia. Rinfreschiamo nelle ferite che si slabbrano sanguinando per tutto il cielo, gli occhi sfatti dall'oscurità e dall'insonnia: anche lo spirito sembra risolversi in questa natività di luce.

La fucileria, scrosciata ostinatamente durante tutta la notte per ogni dove, dirada: ancora pochi colpi sussultano sparsamente, ultimi chicchi della grandinata notturna.
Cola sull'immobile furore un silenzio di rovina.
Ci guardiamo negli occhi per conoscerci, per ritrovarci. Nel camminamento basso, i soldati devono rimanere accovacciati nel fango per non offrire bersaglio: i bordi ineguali del riparo radono appena le teste. Non ci si può muovere; questa fossa in cui siamo è ingombra di corpi pigiati, di gambe rattratte, di fucili, di cassette di munizioni che s’affastellano, di immondizie dilaganti: tutto è confinato nel fango tenace come un vischio rosso.
A poco a poco si delineano le forme, si precisano le cose intorno a me.
Un bordo della trincea è tutto rigonfio di morti che si mescolano in un viluppo confuso: rintraccio faticosamente le figure umane ad una ad una.
Sono quasi tutti cadaveri di soldati austriaci: molti – inamidati da una patina untuosa – sono riversi nella fanghiglia nello stesso senso, nella stessa postura, come sardine: si scorgono alcune teste allineate lungo l’orlo, altre che pencolano, altre non segnalate se non da ciuffi di capelli impeciati. Sono stati forse colti da una raffica di mitragliatrice mentre fuggivano allo scoperto, e sono crollati così, simultaneamente, come i pali di un steccato abbattuto da un colpo di vento. Delle mani, logore e spolpate come guanti smessi, s’artigliano in un gesto estremo, protese in un inutile tentativo di aggrapparsi alla vita.
Carlo Salsa, Trincee

Le poesie del soldato Ungaretti sorgono sovente da esperienze solitarie. Come quella, terribile, evocata nei versi scarni della sua notissima lirica Veglia. Il mondo della trincea si delinea qui essenzialmente quale spazio metafisico di confine tra istanze inconciliabili.

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita.
Ungaretti, Veglia (Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Chiudiamo con una pagina del pittore-soldato Walter Giorelli, tratto da Il sorriso del'obice, diario di guerra riscoperto da chi scrive e pubblicato presso l'editore Mursia. Anche in questo brano l'habitat inabitabile delle trincee si mostra anzitutto come dimensione aliena dove cose e persone paiono perdere identità e sostanza.

Dopo un lungo seguito di turni notturni, ho ripreso a lavorare di giorno. E la luce mi mostra, pur nei luoghi consueti, un paesaggio del tutto nuovo che, sradicandomi dagli occhi la patina dell’assuefazione, mi fa riavvertire gli echi lontani del mio primo, triste periodo di guerra.
Mi aggiro tra massi immensi che, sovrapposti, modellano i muri a secco formanti la scarpata laterale dei camminamenti più profondi. Il cielo è grigio, l’aria ferma, il nemico calmo, tranne che per i cecchini, i quali freddano con commovente costanza chiunque abbia la malaugurata idea di alzare troppo la zucca. I blocchi di pietra hanno riflessi metallici. Li guardo, immobile, e mi sembra d’essere anch'io un sasso tra i sassi. [...]
L’Isonzo lancia degli ululati che paiono canti per i morti sepolti sulle sue sponde.
Dario Malini, Il sorriso dell'obice



Dario Malini

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