A. Sordi, "Tristi ricordi" (I parte: campo di prigionia di Crossen)

Fig. 1 
Per gli artisti-combattenti della Prima guerra mondiale gli strumenti dell'umorismo e dell'ironia rappresentarono un mezzo privilegiato per esprimere il paradosso e l’assurdo di chi si trova catapultato all'improvviso, e senza preparazione, in una realtà totalmente ostile e disumana. Come sopravvivere a tanto orrore, a tanta violenza, a tante miserie?
A questo proposito presentiamo un "diario per immagini" recentemente riemerso dall'oblio, che ci pare particolarmente degno di attenzione per l’interesse che riveste sotto il profilo umano e artistico. Si tratta dell'album intitolato Tristi ricordi, contenente quattordici caricature disegnate da un prigioniero italiano di cui null'altro conosciamo che quanto lui stesso trascrive (fig. 1). Innanzitutto il cognome e l’iniziale del nome, presenti nel frontespizio e in calce a molti dei disegni di questo album: “Sordi A.” Quanto ai luoghi in cui si colloca la sua vicenda, vengono riportati i nomi di “Crossen”, ricorrente in tre disegni, e quello di “Celle Lager”, che appare nel frontespizio e in un disegno. La successione delle opere suggerisce che il militare dovette essere dapprima rinchiuso nel campo tedesco di Crossen (Cross an Oder, in Galizia, corrispondente all'attuale cittadina polacca Krosno Odrzanskie) e da lì trasferito a Celle (in Bassa Sassonia, situato quattrocento Km circa a ovest di Crossen), nel “maggior campo tedesco di ufficiali italiani” (Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, Torino 2000, p. 264).
Sulle circostanze in cui A. Sordi (di grado aspirante o ufficiale, come vedremo più avanti) venne fatto prigioniero dai tedeschi possiamo solo fare qualche plausibile congettura. Non è improbabile che la sua cattura sia avvenuta dopo la rotta di Caporetto, dunque non prima del 24 l’ottobre 1917, e comunque nella seconda fase del conflitto. Supportano questa ipotesi le date indicate nell'album, insieme ad un altro elemento: il motivo ricorrente della fame, rappresentato in quattro delle scene relative al periodo di Crossen, e in due scene del periodo di Celle. La fase del conflitto successiva all'autunno del 1917, infatti, fu la più dura per le condizioni di vita dei prigionieri italiani in Germania, solo in questo periodo la penuria di cibo rappresentò un problema di gravissima rilevanza. Ma osserviamo ora in dettaglio le opere.


Fig.2
Il primo disegno del diario riporta la scritta Crossen Patineur (fig. 2). Vi è rappresentato in primo piano un prigioniero che slitta sul suolo ghiacciato, mentre un secondo, ripreso nello sfondo, ha già completamente perso l’equilibrio e sta cascando. L'immagine gioca umoristicamente sul contrasto tra la piacevolezza di uno sport invernale quale il pattinaggio (cui fa riferimento la scritta) e la condizione penosa dei due individui, il cui vestiario appare del tutto inadeguato. Le giacche che indossano sono leggerissime e i pantaloni laceri. Inoltre gli enormi zoccoli di legno con cui devono spostarsi per andare a lavorare (la parola tedesca “arbeit” che significa lavoro è scritta a grandi lettere sul caseggiato nello sfondo della scena) costituiscono di per sé un pericolo, non essendo assolutamente idonei alla camminata sul ghiaccio. Lo humor arguto del prigioniero Sordi (arrivato probabilmente a Crossen da poco) si serve di un segno grafico essenziale per tratteggiare il personaggio in primo piano, cogliendone con finezza l'espressione di panico.


Fig. 3
Seguono alla scena di apertura due soggetti che introducono il tema della scarsità del cibo. Nel primo (fig. 3) è ritratto un prigioniero allampanato, dalle gambe magrissime, con un sigaro in bocca. Meglio equipaggiato del personaggio della scena precedente, questi indossa degli stivali. La ciotola vuota che tiene in mano e la scritta che accompagna l’immagine (“Ahimé si comincia la settimana con…”) annunciano che sta cominciando una nuova settimana difficile, segnata dalla penuria di cibo e dal grande freddo.


Fig. 4 
Il secondo disegno riporta la dicitura “Distribuzione della sboba (sic) a -25°” (fig. 4). All'aperto, mentre fiocca la neve, due prigionieri malvestiti si apprestano a ricevere un piatto di minestra fumante da un mastello. Sovrintende la distribuzione un ufficiale tedesco con pipa e occhiali. A proposito dell’insufficiente alimentazione distribuita ai prigionieri, Giovanna Procacci nel saggio sopra citato (p. 280) rileva che “le calorie che formalmente ciascuno otteneva non giungevano a 1000 – nel 1918 si aggiravano sulle 900 in Germania… contro le 3300 previste dalla Commissione Internazionale alleata per l’alimentazione in luoghi freddi. Inoltre, dalle quantità collettive del rancio venivano prelevate razioni più abbondanti per coloro che svolgevano lavori pesanti, con la conseguenza che la maggioranza dei soldati poteva usufruire di porzioni ancora più scarse di quelle loro assegnate; se si considera poi che era necessario scartare parti guaste del cibo, risultava che la dieta alimentare era costituita da poche centinaia di calorie”. In merito poi all'abbigliamento dei prigionieri appena arrivati nel campo, riportiamo ancora le parole della stessa studiosa (p. 284) “venivano tolti loro per la disinfestazione tutti gli indumenti che, se inservibili, non venivano restituiti. Le autorità dei campi fornivano una tuta di stoffa leggera – marrone con una striscia rossa sul petto – e un cappotto della stessa tela, ambedue insufficienti a riparare dal freddo; consegnavano loro anche un paio di camicie e di mutande; e un paio di scarpe, sostituite, con proseguire del conflitto, da zoccoli di legno”.

Fig. 5
Il disegno recante la scritta “Essere o non essere” (fig. 5) documenta il tracollo fisico e morale del prigioniero nel campo di Crossen, presumibilmente in conseguenza ad una lunga permanenza: a rivelarlo è la figura di un recluso magrissimo, smunto, dal naso aquilino, con zoccoli che le gambe scheletriche fanno sembrare enormi. La caratterizzazione di questo tipo è arguta e venata da un umorismo un po’ nero. Lo specchio che tiene in mano non gli potrà rivelare altro che il suo progressivo disfacimento, la terribile migrazione verso il regno del non-essere.


Fig. 7 
L’opera “Tipi di Crossen” (fig. 7) mostra due profili emaciati, dagli sguardi un po’ vacui, propri di chi viene tenuto a lungo in uno stato di privazione alimentare. Scrive Giovanna Procacci a proposito delle conseguenze della fame tra i prigionieri dei campi: “La fame faceva cadere gli individui in uno stato di semistupidità… l’inebetimento da fame produceva forme di macabra euforia… la fame portava spesso alla follia” (pp. 281-282).

Fig. 8
Sulla fame ironizza ancora Sordi in “Dignità ufficiali” (fig. 8), opera che potrebbe far pensare che l’artista-soldato si trovava in una sezione del campo destinata agli ufficiali. Il tema del disegno è la fame, capace di togliere ogni dignità anche agli ufficiali reclusi nel campo. Un gruppo di prigionieri, immediatamente identificabili per via della casacca verde che li accomuna, accorrono famelici, con un piatto in mano, verso un addetto alla distribuzione di minestra, la cui padella semivuota in quel mentre viene svuotata in uno dei piatti. La battuta “Eine mark” rivolta ad un prigioniero rimasto senza cibo, indica che spesso era necessario pagare per avere un po’ di brodaglia.

Fig. 10
Tematica analoga è illustrata dal disegno “La leccatura dei mastelli” (fig. 10), in cui viene mostrata con pungente ironia la grottesca corsa dei prigionieri verso delle grosse tinozze vuote appoggiate al muro, al fine di leccarne il fondo sporco di minestra. Il trionfo dei bassi istinti è commentato da un prigioniero con un solo eloquentissimo sostantivo ”Dignità”.

Fig. 6
L’opera “Seife fur brot” (fig. 6), "Sapone in cambio di pane", introduce la novità che caratterizzò i campi di prigionia l’ultimo anno di guerra quando “quasi dovunque il denaro divenne inutile e l’unico mezzo di scambio divenne il baratto; ciò indusse i prigionieri a cedere tutti gli oggetti di valore e gli stessi vestiti per potersi procurare del cibo” (Giovanna Procacci, Soldati e prigionieri italiani nella Grande Guerra, p. 263). Gli scambiatori sono qui un ufficiale che dà una grande fetta di pane a un soldato, in cambio di un pezzo di sapone; in entrambi si coglie la soddisfazione per il bene ottenuto. Sullo sfondo la recinzione del lager e il casamento con la scritta “Arbeit” alludono al contesto in cui avviene la transazione.

Fig. 9
La scena conclusiva relativa al periodo di Crossen contiene una potente denuncia della gravità della situazione dei prigionieri italiani, oppressi, oltre che dal freddo e dalla fame, anche dalla violenza dei loro carcerieri. Il titolo “N.S. Aspirante” (fig. 9) fa riferimento al prigioniero inchiodato, come Cristo, su una croce dove, al posto di INRI, è riportata la scritta “CROSSEN”. Accanto alla croce appare un aguzzino munito di bastone quale strumento di tortura. Questa feroce caricatura potrebbe far supporre che l’autore dei disegni fosse un aspirante, supponendo dunque egli abbia raffigurato se stesso nel personaggio crocifisso.
Riguardo alle condizioni disciplinari riservate agli ufficiali nei campi tedeschi, riporta Procacci, “le testimonianze non sono concordi: se molti dei rimpatriati lamentarono la mancanza di rispetto e di attenzione adeguate al loro rango, altri assicurarono di essere stati trattati con riguardo” (p. 269). Il discorso cambia se si guarda invece alle condizioni disciplinari cui furono sottoposti i soldati. Afferma ancora Procacci “La truppa fu trattata con durezza sia in Austria sia in Germania”. In Germania “anche lievi mancanze erano punite con pane e acqua e talvolta con il digiuno completo. Le bastonate sono considerate punizioni leggerissime…” (p. 273).



Carol Morganti


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